La lezione di Eunice

Prima di mettermi a scrivere devo scaricare l’ansia di chi vuole scrivere, ma non ce la fa. Penso che POTREI fare altro. Tipo leggere il libro che non aspetta altro che io lo finisca per poter passare al quarto di una quadrilogia che AVREI dovuto leggere quando ero piccola, ma ok (faccio riferimento a Piccole Donne, di Louisa May Alcott). POTREI concludere Ripley (la serie che stanno dando su Netflix), che non ho ben capito se serviva o poteva bastare quella gran bella pellicola con Matt Damon e quel fantabono di Jude e la splendida Gwyneth, che mi convinse all’epoca di Shakespeare in love. AVREI anche potuto proseguire con 100 anni di solitudine, non il libro, la serie (n’altra), però poi penso che il filone latino americano cinematografico e letterario l’ho un attimo accantonato in favore delle pudiche, morigerate, quiete lande americane (sì, sto ancora riferendomi a Piccole Donne).

Mmm… Ma cosa diamine stai dicendo, Chiara? Un sacco di cazzate, in effetti, dal momento che ieri sera sei andata al cinema a vedere IO SONO ANCORA QUI, che è un film BRASILIANO… Per la cronaca, una perla. Oddio, da quanto tempo un film non mi faceva piangere di rabbia, non mi faceva presumere così tanto, non mi smuoveva cose, non mi turbava nel profondo e mi rapiva con così tanti incantevoli dettagli. Il film di Walter Salles narra della vicenda di Rubens Paiva, ex deputato laburista e ingegnere che viene prelevato da casa sua da militari in borghese per essere portato in una caserma da cui non farà mai più ritorno. È la storia dei tanti desaparecidos vittime delle violenze perpetrate dalla dittatura militare che governò il Brasile dal 1º aprile 1964 al 15 marzo 1985.  Eunice è la moglie di Rubens. E in buona sostanza la protagonista del film stesso.

Protagoniste sono le rughe di Eunice, i suoi vestiti, il suo portamento, la sua forza, la sua decenza, la sua compostezza, la sua fierezza, la sua maternità così consapevole, il suo essere così radicata. Eunice a un certo punto fa il bagno nel mare di Rio, si abbandona all’acqua. È stata la scena nella quale mi sono immedesimata e ritrovata. È il tramonto e lei può essere lei, non genitrice, non moglie, non padrona di casa, non amica, non avvocata e attivista, non vedova. Solo lei. Ma lei è anche tutte queste altre Eunice, dunque, a un certo punto, riemerge e ci si ricongiunge.

Senza peso.

Eunice, dopo la cattura del marito, dopo averne appreso la morte il cui certificato le verrà recapitato solo 30 anni dopo, si mette a studiare e diventa avvocata. A 48 anni. Si può tutto, quando lo si desidera ardentemente, quando la motivazione è suprema, quando, forse, si è provato un dolore così lancinante che se non ti uccide, ti fa sopraelevare e ti fa dire e fare cose che immaginavi di dover contenere dentro di te per sempre.

Allora mi sono ricordata di quando, a 22 anni, finì la mia prima storia importante. E finii un po’ pure io. Non aveva più senso esistere perché LA MIA VITA ERA STATA LUI per cinque anni. Credo che i problemi di salute mentali si originarono in quella circostanza. O forse esplosero solo allora, non so. Tuttavia, nonostante i pianti, il male che mi cresceva dentro, la sensazione di insensatezza di tutto, sopravvissi. Mi laureai, cambiai città e mi promisi che mai più la mia vita sarebbe dipesa da quella di qualcun altro. E non avrei più perso tempo. Avrei viaggiato, avrei scritto, sarei uscita, sarei andata alle feste, avrei conosciuto persone, avrei lavorato. Avrei avuto una vita piena. E avrei dimostrato a lui, a tutti gli uomini, alla mia famiglia e a me quanto valessi. Non so come sia potuto venirmi in mente questo pezzo del mio passato. Deve essere stata Eunice. Era così felice con il suo Rubens. Ma dovette ri-costruirsi e partorire una porzione di se stessa che fino ad allora si era tenuta dentro, ignara. Era una fortuna? Doveva ringraziare quella morte che aveva implicato la sua seconda natività? 

Ad un certo punto Eunice si ritrova alla scrivania, nella sua nuova casa a San Paolo e mi ha ricordato me, anni fa, in una stanza di una casa in una strada di Milano, seduta allo scrittoio che cercavo di dilettarmi nella scrittura, ma la sindrome dell’impostore mi agitava il cuore e io non sopportavo di scoprirmi insufficiente. Allora abbandonai tutto per fare altro da me. Ci sono voluti così tanti anni, l’amore di un uomo (che va bene, che me lo potevo concedere, che non era peccato), la fiducia nella terapia, la volontà di ascoltare la mia ansia e mettere a fuoco che L’ANSIA è UNA CRISI, perché mi suggerisce la mia INSICUREZZA, il senso di INADEGUATEZZA, e la mia paura di non reggere il paragone con le altre più brave di me e il mio stesso giudizio. L’ansia mi dice l’incertezza, la paura del fallimento, il timore che non piacerò, la delusione per  quello che non accadrà.

Allora penso che dovrei essere un po più come Eunice, che si immerge nell’acqua, assumendone la sua fluidezza, eppure rimane così profondamente salda, così che, anche quando ha paura, la attraversa e la vince.

P.S. Non voleva essere la recensione del film, volevo solo parlarvi di quello che il film mi ha fatto pensare, la potenza dell’arte, d’altronde, si compie proprio quando ispira e questa pellicola potente mi ha fatto ricordare e capire.

Vi prego andate a vedere questo film che è angosciante e dettagliatissimo, intimo e raffinato, lungo, ma mai stancante, è appassionato, terribile, bellissimo. Fernanda Torres nei panni di Eunice è magistrale. 

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