L’educazione giovanile secondo Alcott

Ieri, confortata dal paesaggio aretino, ho concluso il quarto e ultimo libro della quadrilogia PICCOLE DONNE di Louisa Maiy Alcott. Solitamente questo genere di libri si leggono quando si è bambine e in effetti mi imbattei in tenera età nel solo primo volume. I libri contengono una scrittura semplice, comprensibile, dai messaggi educativi chiari seppur trasferiti con una forma sentimentale, eppure sono felice di averli recuperati solo oggi.

Mi ha tenuto compagnia la Alcott, in queste settimane, con tenerezza e lucidità, inviandomi lezioni che le fanno onore, se pensiamo che elaborò questi volumi alla fine dell’800. Certo, i concetti espressi sono di gran valore da un punto di vista pedagogico, comprendendo io con lei come alla base dell’educazione di un figlio o un allievo ci debba essere sì l’amore da parte di un genitore (o un educatore), purché questi sia equilibrato, consapevole, maturo, “adulto”. L’amore non basta, ecco, e non solo in una relazione sentimentale! 

Tuttavia, i passaggi “femminili” sono quelli che mi hanno più entusiasmato e convinto: la Alcott fa orgogliosamente affermare ai personaggi de I RAGAZZI DI JO parole coraggiose, oneste, che sanno di equità e libertà per le donne, le quali proclamano di voler votare, studiare, lavorare, contare come e quanto gli uomini nella società, come all’interno della dinamica familiare. Jo March ha fondato una scuola insieme al marito e al contempo è divenuta una scrittrice affermata, è una madre-lavoratrice, potendo contare su una pari spartizione dei compiti con il suo Fritz, è una moglie con una sua autonomia e indipendenza, essendoci molta aria all’interno della relazione col compagno. Jo e Mr Bhaer coltivano i loro personali interessi, trascorrono del tempo lontani l’uno dall’altra e questo fa sì che il ricongiungimento sia più che desiderato: c’è LEI, c’è LUI e poi ci sono LORO.

Tutte le ragazze, quando anche si innamorano, non smettono di pensare con la loro testa e di esprimere pareri, di incoraggiare i loro compagni con saggezza, di progettare il loro avvenire nella speranza di fare la loro parte. Ecco allora una futura dottoressa, una futura attrice, una futura artista, una futura “marinaia”, e tante studentesse brillanti che “si fanno una vita interiore – di studio, di affetti, d’interessi umani che non sono soltanto di «arrivare», ma di «essere» – la cui vita ha un significato”, per dirla alla Cesare Pavese.

L’adolescente che fui e che per un po’ di tempo visse per amore fino quasi a naufragare, avrebbe voluto leggere che “una donna non è una metà, ma un essere intero, e può star da sola”.

Ma è oggi e va bene lo stesso.

NOTA A MARGINE: la Alcott fa riferimento anche alla fama, obbiettivo ambito di questi tempi, ma che a poco di sostanzioso conduce, quando non è sorretto che dalla vanità. Anche questo avrei dovuto apprendere ben prima di compiere alcune scelte “senza cuore”.

E voi cosa avete trovato tra le pagine di questo e dei precedenti libri della Alcott? 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *