Un paio di settimane fa andai a visitare il museo diocesano di Milano, non ci ero mai stata… di fatto non ho ancora mai visto un sacco di cose in questa città che mi sembra di conoscere, ma no, non la conosco, non abbastanza. Suppongo per il fatto che non le ho mai creduto completamente. Diffido, da quando ci ho messo piede, della sua patina di bellezza e di bravura. Quelle belle e brave, quelle “perfettine” mi sono sempre andate poco a genio. Comunque, non era di questo che volevo parlare, ma del fatto che entrai nel museo e mi imbattei in un gruppo di ragazzi e ragazze coordinati da una donna, che avrebbero, di lì a poco, dato una loro personale illustrazione della deposizione di Cristo del Tiepolo. Avrei potuto non partecipare a quell’incontro, ma avevo la mattina libera e insomma, mi accomodai nella saletta, con gli altri pochi spettatori, per ascoltarli.
Dai loro discorsi si percepiva la disabilità intellettiva e relazionale, e tuttavia si facevano capire chiaramente e quello che dicevano induceva alla riflessione e alla commozione. Sì, mi sono commossa, perché quanto raccontavano era così vero, autentico e profondo e sentito, e parlavano con così tanta disarmante spontaneità che mi sono sentita toccata, abbracciata, e paradossalmente inclusa. Da loro. Ci siamo guardate, con la dottoressa Emanuela Roncari, e ci siamo comprese con un sorriso d’intesa. Ho ringraziato, alla fine, e sono scappata via, per sostare su una panchina e metabolizzare. Ho pensato che, pazzesco!, avevo appena fatto la conoscenza di MILANO BELLA&BRAVA quella vera, che ci prova a far quadrare i conti dei valori e delle emozioni, quella che dà spazio, dà voce, dà per dare. Che non gliene frega niente di essere perfetta, ma di essere benevolmente utile, quello sì. L’avevo sottovalutata, l’avevo mal giudicata. Scusami.
Scusarmi. Sapersi scusare credo sia conseguenza di un processo di crescita ormai abbondantemente avviato. Me ne sono accorta negli ultimi mesi, di questa “maturazione”, perché non faccio più delle cose e ne faccio invece delle altre, nuove. La cosa non mi turba, ma quando cresci, ti affranchi dalla bambina, dall’adolescente e provi una malinconia strana e come una piccola morte, in una certa misura, per un saluto che non è un arrivederci, ma un commiato. Inevitabilmente. E lo sai e ne sei ben felice, anche solo per il fatto che hai pagato fior fior di quattrini in terapia per raggiungere questo strabenedetto obiettivo… Ma… sei anche triste. Nel passaggio all’adultità un po’ sei anche triste. Forse perché ero così abituata all’insana infelicità di prima che ora sono dispiaciuta perché non la sento più. Non più di tanto. È paradossale. La mente umana lo è. Ad ogni modo, sono molto lieta, perché ho realizzato come crescere sia un processo di liberazione dal dolore, dall’insoddisfazione, dalla frustrazione, dalla responsabilizzazione e dal giudizio dell’altro: non è più colpa di nessuno. Sono libera io sono liberi tutti. C’è solo comprensione per il prossimo e un sano amor proprio. Senza battiti accelerati, senza fiato corto.
C’è tuttavia, ancora un intimo desiderio di essere vista, riconosciuta, “acclamata”, me ne sono resa conto l’altra sera a teatro, quando, al momento dell’uscita di tutti gli attori, mentre la platea applaudiva, ho chiuso gli occhi e ho immaginato che quei battiti di mani fossero per me. Mi sono vista sul palco, emozionata, sorridente, orgogliosa, esultatata. Ed è emerso l’atavico bisogno dell’esibizione come strumento per mostrare una bravura che mi fa essere amata di diritto. Ancora una occasione in cui MILANO BELLA&BRAVA mi mostrava la strada della mia introspezione “curativa”. Lei non si risparmia e non mi risparmio nemmeno io nell’esaminarmi, nel “processarmi”, nell’assolvermi, a fatica, ma amorevolmente.
Vi lascio la pagina del museo diocesano in cui troverete indicate le prossime date in occasione delle quali i ragazzi della Cooperativa Arcipelago – Anffas Nordmilano parleranno della Deposizione del Cristo di Tintoretto.

