Nontisposarenonfarefigli

Sono stata cresciuta a suon di “non ti sposare e non fare figli”. Erano gli anni ’80, le donne si emancipavano, quelle dei paesini un po’ meno e ad alcune bambine veniva segretamente fatto il lavaggio del cervello perché si togliessero dalla testa il sogno d’amore, si mettessero a studiare forte e si trovassero un lavoro con cui svangare il sacro vincolo, il patriarcato e la prole asfissiante in favore della LIBERTÀ.

La seconda frase che le mie orecchie più frequentemente udivano era: “Aaah, se tornassi indietro! Se tornassi indietro farei TUTTO! Viaggerei, uscirei, mi laureerei”. E negli occhi di chi pronunciava quelle parole c’era sempre una triste rassegnazione, ma c’era anche del risentimento, della rabbia, che avrebbe voluto emergere vulcanicamente, per fare terra bruciata intorno e scappare dall’infelicità domestica per andare incontro a una vita SCIOLTA.

Mi ricordo di due vecchi zii, arcigni carcerieri delle loro mogli, che parlavano loro con un tale atteggiamento predominante, che non ci misi molto a detestarli e a detestare quello che rappresentavano, e conseguentemente a interiorizzare quel “nontisposarenonfarefigli” così profondamente, che mi convinsi che sarebbe stato il mio destino in salute e in malattia, nei secoli dei secoli amen.

Tuttavia, crebbi e giunsi all’adolescenza e scoprii che i ragazzi mi piacevano e che in cuor mio nutrivo un sentimento romantico che però io stesso giudicavo svantaggioso perché mal si accordava con l’urgenza di condurre una vita di successi scevra da vincoli. Per anni m’innamoravo e mi sentivo in colpa verso il comandamento NONTISPOSARENONFAREFIGLI, per anni ho punito il maschio per il solo fatto che fosse maschio, perché il maschio toglie e io volevo che non mi si togliesse nulla.

Molto tempo dopo, ho capito che ognuno da voce al proprio personale dolore tentando, alle volte, di evitarlo a chi più ama senza ragionamenti obiettivi, senza senno. Ho scoperto che si piò essere libere anche dentro un amore purché sia amore, che ci sono uomini molto intelligenti, emancipati anch’essi, che crescono figli, che puliscono casa, che scelgono insieme a te e non contro di te.

Queste riflessioni mi sono scaturite dalla visione di film e serie come Bridgertone, Becoming Jane, Orgoglio e Pregiudizio, Ragione e Sentimento (una miniserie degli anni ’90 con Colin Firth), Vanity Fair, in cui si narra di giovani donne povere che dovevano sperare di sposarsi, ma non necessariamente per amore, piuttosto per danaro, e finivano per contrarre matrimoni con uomini a volte anziani, a volte brutti, a volte arroganti, a volte perfidi o insignificanti (naturalmente anche agli uomini non era permesso unirsi per sentimento, ma per rango e per soldi). E anche a quel tempo il matrimonio finì per essere associato a una cella bene arredata, ma comunque senza un filo d’aria.

La lezione delle donne dei miei anni ’80, la lezione di tutte le donne di tutte le epoche è stata necessaria, indispensabile affinché si comprendesse l’urgenza di una autonomia femminile, di un valore femminile slegato dal contesto matrimoniale e tuttavia recupero il sentimento narrato in queste vicende cinematografiche, che vede protagonisti uomini e donne consapevoli e complici, testimoni di unioni “giuste”, che non tolgono, ma aggiungono, che non tarpano, ma comprendono e accolgono. Io oggi so che è possibile. Non senza sforzo. Ma è possibile.

“Avere una moglie con un cervello è ritenuto inopportuno”, dice la scrittrice Mrs. Radcliffe a Jane.

Oggi un po’ meno.

P.S. Tanto è stato fatto in favore delle donne, ma tutto il discorso che avete letto fino ad ora non esclude che tanto ancora si dovrà fare perché il mondo sia un posto più sicuro ed equo.

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